Zoom-In – Dentro le visioni di chi crea - 5ª puntata con Matteo Fallica

Per la 4ª puntata del nostro format di interviste scopriamo il percorso di Matteo Fallica, stand up comedian classe 1989, che tra un sold out e l’altro ci ha raccontato come è passato dal fare le imitazioni dei prof. a scuola a riempire i teatri con i suoi spettacoli.

Dopo la campionessa olimpica Martina Caironi, torniamo con la 5ª uscita del nostro format Zoom-In - Dentro le visioni di chi crea per un’intervista con lo stand up comedian bolognese Matteo Fallica, che con il suo spettacolo Troppo Noi sta sbancando il botteghino dei teatri in tutta Italia con un sold out dopo l’altro.

Se dovessi descrivere Matteo Fallica con una battuta, quale sarebbe?

Sarebbe quella che ho scritto nella mia bio di Instagram (ride), ovvero: Sì, è proprio il mio cognome.

Hai deciso di salire sul palco quando eri già nella tua vita adulta, dopo un percorso di studi e altri lavori. Guardandoti indietro, pensi che quella scelta sarebbe arrivata comunque o c'è stato un momento preciso che ha fatto scattare qualcosa?

È partito tutto in modo molto rilassato. Nel 2018 ho scoperto che al Brew Dog Bar a Bologna organizzavano gli open mic, ed era l’unico posto in città dove si riusciva a fare stand up all’epoca. Erano serate super partecipate, quindi ho iniziato ad andare a quelle serate prima come spettatore, poi ho provato a iscrivermi. Dopo un paio di settimane avevo scritto il mio primo pezzo da cinque minuti, mi sono esibito ed era andata benino - chiaramente era materiale orribile che neanche mi ricordo - ma poi da lì pian piano ho capito che era una cosa che mi divertiva tanto fare. Ai tempi facevo il grafico freelance e quindi la stand up è iniziata come hobby parallelo al lavoro principale, adesso invece le due cose come pesi praticamente si equivalgono. Continuo a fare il grafico perché mi appassiona, ed esattamente come il comico ha le sue parti interessanti, ma anche quelle difficili.

Quando hai capito che potevi avere un talento per la comicità?

È un po’ sempre stato così: da ragazzino ero quello che faceva l’imitazione dei prof in classe, dicevo che il mio sogno sarebbe stato quello di fare l’animatore nei villaggi turistici (ride). Poi solo crescendo ho scoperto cosa vuol dire farlo e ho capito che è l’ultimo lavoro che avrei fatto nella vita, è difficilissimo. C’è sempre stata in me una predisposizione forte per la comicità: passavo le ore a guardare Zelig e immaginavo che un giorno avrei potuto farne un mestiere; è stata proprio la stand up comedy a darmi questa possibilità, soprattutto da quando, post 2020, si è affermata in Italia risvegliando tanto la comicità dal vivo anche nei piccoli club, nei locali, e in luoghi meno austeri dei grandi teatri, dove la stand up fatta da venti-trentenni non aveva spazio. Invece soprattutto post-COVID la comicità dal vivo ha iniziato ad assumere forme e prendere spazi che fino a pochi anni prima non potevamo neanche immaginarci. È stato anche questo a darmi coraggio per iniziare.

Quanto è importante studiare per raggiungere dei risultati nel mondo della comicità?

È fondamentale. Spesso durante i live non si riesce ad avere una percezione oggettiva per capire se il pubblico ha riso o meno, ed è quello l’obiettivo finale. Quello che ho sempre fatto è quindi scrivere tanto, fare tanti open mic e riascoltarmi tanto, è un lavoro di rifinitura che non finisce mai. Scrivere per la stand up vuol dire fare una scommessa, non sai mai se le persone rideranno e il bello è che tutto va migliorato e migliorato finché tu sai che quella battuta funzionerà nella maggior parte dei casi. Lo studio è quello che fa la differenza tra chi riesce a migliorare tanto e chi invece non vuole o fa fatica a fare la parte di lavoro più faticosa. Poi è fondamentale l’autocritica, mai dimenticarla per migliorarsi sempre.

Oggi molti giovani scoprono i comici attraverso Instagram e TikTok. Si può davvero capire uno stand-up comedian da un video di trenta secondi?

No, è impossibile. Se il tuo lavoro vuole essere veramente quello di portare la comicità sul palco e non solo farlo in video o sui social, le metodologie di lavoro cambiano tantissimo: il lavoro di scrittura è completamente diverso, la fruizione è molto più immediata, in un live la reazione è sul momento e non puoi permetterti di sbagliare; mentre sui social puoi fare più editing. La gente scrolla, mette like a uno dei tuoi contenuti senza magari sapere neanche chi sei. Sul palco hai una responsabilità molto più grande rispetto al pubblico che ti trovi davanti, e la perfezione di uno spettacolo che fa ridere il pubblico dall’inizio alla fine è fatta da prove dal vivo, riscrittura dei pezzi, spostamenti di blocchi e parole, e l’unico feedback che puoi avere è provarlo dal vivo con le persone davanti a te; possono essere anche solo 50 persone, ma bisogna provarci, altrimenti non si ha mai la misura di cosa si sta realmente facendo.

Che ruolo hanno i social nella costruzione del tuo percorso?

È innegabile dire che i social sono molto importanti perché ti danno una visibilità che prima ti poteva dare solo la televisione; ora invece io ho colleghi che non sono mai stati in televisione e fanno numeri equiparabili a chi in televisione ci sta da quindici anni. Poi si può fare un discorso su come il pubblico ti raggiunge: io negli ultimi mesi ho fatto dei video in cui prendo ironizzo su alcuni personaggi che ricalcano il bolognese medio e questo mi ha fatto guadagnare anche tanto pubblico fuori da Bologna, ma al di là della diffusione online, ci tengo in ogni caso a dire: se vieni dal vivo ti becchi lo spettacolo di stand up, non i personaggi dei social, perché io non faccio quel tipo di cose. I social ti permettono di vivere nelle bolle, ma anche, se ci credi abbastanza, di allargare la tua bolla provando a uscire da una comfort zone, anche assumendosi il rischio di non essere sempre capito. Ma fa tutto parte del gioco e ciò che invece si guadagna in termini di riscontri positivi e ricchezza ne vale la pena.

I tuoi monologhi partono spesso da situazioni molto quotidiane. Quando succede qualcosa nella tua vita, il primo pensiero è "questa diventerà una battuta" oppure c'è un tempo in cui resta solo un'esperienza personale?

A volte prendo proprio il telefono e segno una cosa che mi ha fatto ridere, a volte invece non ci penso: capita spesso che alcuni amici mi raccontino delle cose sperando che possano diventare dei pezzi e invece non è quasi mai così. La maggior parte delle persone pensa che quello che stai raccontando sia successo realmente: il 90% delle volte è vero, ma il resto è costruzione della battuta, nessuno ha una vita così interessante e divertente da potersi mettere su un palco e far ridere un pubblico per un’ora. Quindi per me parte tutto da uno spunto reale, piccolo o grande che sia, che poi man mano, tra lo scrivere, il confronto e il provarlo dal vivo, si può estendere anche coinvolgendo esperienze di altre persone o esperienze universali che abbiano un gancio con chi ti ascolta. Per me è questo il processo.

Molti pensano che far ridere significhi avere sempre la battuta pronta e assimilano il comedian alla personalità privata del soggetto. Ti sta capitando di sentire questa pressione?

Non la definirei proprio pressione. Con un po’ di visibilità si creano quelle situazioni per cui chi ti segue ti percepisce come un amico, quindi danno per scontato che essendo un comico molto presente sui social, che fa reel e ha un atteggiamento rilassato, io sia sempre costantemente il “simpaticone” di turno, e pensano: “adesso gli scrivo e gli faccio la battuta", e poi in realtà mi scrivono una cosa per me super cringe, perché magari non sono nel momento e sopratutto perché per me la comicità è molto scrittura, quindi ragionamento, provare le battute, registrarsi e fare tentativi. Tendenzialmente ho un carattere estroverso, ma la battuta pronta a volte non arriva.

Sulle tematiche LGBT oggi in Italia si può scherzare, oppure rimane un tabù per il pubblico?

Si può scherzare. Per fortuna c’è una grande quantità di comici che fanno parte della comunità LGBTQAI+ e quindi io preferisco sentire loro sul tema; ma in generale lo fanno tutti nella maniera più libera possibile. Ho notato che negli ultimi - pochi - anni è una questione che si è molto sdoganata e che la battuta omofoba che andava negli anni ’80 ormai non fa più ridere: per fortuna cambia la sensibilità e negli anni sono cambiate le cose di cui si ride.

Ci sono ancora tanti comici che fanno battute transfobiche, così come omofobe, sessiste e razziste, ma si renderanno conto anche loro che nel giro di poco la gente smetterà di ridere. Spendiamo invece energie nel seguire chi prima non poteva proprio fare comicità perché neanche era concepito dalla società come degno di voce, attenzione e punto di vista. Io ho tante colleghe lesbiche che fanno comicità parlando di qualsiasi cosa dal loro punto di vista, ed è una cosa che fino solo a cinque anni fa non era possibile; e la cosa assurda è che invece se l’uomo gay è sempre esistito nella comicità come macchietta, la donna lesbica era completamente inesistente, mentre adesso anche grazie alla stand up questi punti di vista esistono e sono veramente divertenti.

Ti è mai capitato di chiederti se una battuta fosse "troppo" oppure il limite lo decide solo la risposta pubblico? Ci sono battute la cui riuscita cambia a seconda del pubblico che ti trovi davanti?

In generale cambia molto anche in base a quel è la tua persona comica: io certe battute non le faccio, ma non perché mi voglia auto-censurare, ma perché il mio stile di battuta non si basa tanto sul turpiloquio o sulle volgarità, per fare solo un esempio. A volte mi capita di pensare “cavolo, riderebbero un sacco se qui dicessi questa cosa”, però poi penso che magari quella è la strada più semplice, e che lavorando anche solo cinque minuti in più si riesce a trovare un’alternativa ugualmente divertente. Una cosa che sto provando a fare è non dire mai nei miei spettacoli la parola con la F; non la dico mai sia perché non mi piace, sia perché dev’esserci tanto contesto per dire una parola del genere in modo sensato. E nonostante il solito discorso che si recita per cui io essendo gay sarei autorizzato a utilizzarla, mi piace dimostrare che si può non dire e far ridere comunque. In alcuni pezzi comici capita infatti che il pubblico rida più perché hai detto quella parola lì, che per la battuta in sé; io invece provo a lavorare sulla struttura e su un processo creativo diverso, che abbia anche una coerenza con lo stile comico che ho costruito nel tempo, altrimenti sembra che io stia recitando una parte ed è facile trasformarsi in una macchietta.

Bologna e l’Italia negli ultimi anni sono diventate molto vive per la stand-up. Che rapporto hai con queste scene e come pensi che stia la stand up comedy nel nostro paese?

In Italia non è mai stata meglio, e ancora non abbiamo raggiunto il top. Ci sono comici precedenti alla mia generazione che stanno facendo numeri molto grandi e stanno trainando tutti noi che siamo arrivati dopo; di conseguenza ci sono altri centinaia di comici e comiche più giovani che stanno iniziando adesso a riempire locali e fare serate. A Bologna c’è una situazione ideale: grazie al collettivo Stand Up comedy Bologna stiamo portando la stand up a un altro livello; con anche la partecipazione del Locomotiv Club gli open mic del mercoledì sono partecipatissimi, tanti comici e comiche che vengono da altre città si trovano bene a Bologna per il clima e per il pubblico molto ricettivo.

C'è qualcosa che vorresti dire a una ragazza o a un ragazzo che vorrebbe fare questo mestiere ma non sa da dove iniziare?

La prima cosa è: scrivete cinque minuti e iscrivetevi a un open mic. Buttatevi, sarà terribile, non vorrete più fare questa cosa, ma il giorno dopo tornerete a scrivere e lo farete di nuovo e di nuovo. Guardate tanta comicità, e poi in un secondo momento frequentate qualche workshop, con Stand Up Comedy Bologna ne abbiamo organizzato uno che è stato molto partecipato, e credo lo rifaremo a settembre\ottobre prossimo: quello è un buon modo per confrontarsi con altri comici e comiche e capire quali sono i meccanismi. Ma la prima cosa è provare e rompere il muro, e poi è tutto un andare.