Zoom-In – Dentro le visioni di chi crea - 4ª puntata con Martina Caironi
Per la 4ª puntata del nostro format di interviste scopriamo il percorso di Martina Caironi, e 7 volte campionessa paralimpica e legacy specialist per Milano-Cortina 2026.

Torniamo ancora una volta con una nuova uscita di Zoom-in, il format di interviste che mette a fuoco le storie di chi, con passione e sacrificio ha alimentato il proprio talento e costruito il proprio percorso d’eccellenza nei più svariati ambiti. In questa occasione ci siamo concentrati sullo sport e abbiamo incontrato Martina Caironi, campionessa paralimpica vincitrice di tre medaglie d'oro e quattro d'argento, comunicatrice e legacy specialist per Milano-Cortina 2026.
Se oggi dovessi presentarti a qualcuno che non sa nulla di te - niente medaglie, niente web, niente social - come ti racconteresti?
Considerando il fatto che ho terminato da poco tutti i miei impegni ufficiali come atleta e come consulente per Milano-Cortina 2026, adesso sto cercando una nuova identità. In ogni caso mi definirei un’ex atleta paralimpica, o ancora meglio una campionessa paralimplica, perché una volta che sei campionessa paralimpica, lo sei per tutta la vita, nel senso che l’aver raggiunto le medaglie d’oro alla Paralimpiade ti mette nell’Olimpo dei Campioni e da lì non vai più via.
Però è anche vero che io oggi sono tante altre cose: potrei infatti definirmi anche comunicatrice perché parlo molto al pubblico e sento una grande responsabilità verso le nuove generazioni.
Da dove nasce la tua passione per lo sport? Da piccola immaginavi già che avrebbe fatto parte del tuo futuro?
La passione per lo sport c’è sempre stata: ero una bambina iperattiva, a scuola guardavo fuori dalla finestra, giocavo a calcio con mio fratello ed ero sempre in movimento. Nel periodo adolescenza ho proseguito, ma, fino a 18 anni non mi sono impegnata a livelli agonistici, avevo una vita normalissima e nessuno mi aveva imposto di dedicarmi solo e unicamente allo sport.
Quando però il mio corpo si è trasformato e ho perso la mia gamba sinistra, lo sport si è imposto come modo per recuperare la mia identità. L’ultimo sport che avevo fatto con le due gambe era la pallavolo e nel 2008 c’era già il sitting volley, che però non mi piaceva molto perché lo trovavo troppo statico. È subentrata l’atletica perché uno dei gesti naturali che facciamo senza rendercene conto è la corsa, quindi quando ho perso la possibilità di correre mi è tornato un gran desiderio di farlo. In Italia all’epoca non c’era una grande competizione nella mia categoria, quindi io ho fatto un po’ da apripista: la mia prima gara era già un record italiano e questo ha mi subito portato ad avere intorno gente che mi incoraggiava, nonostante io non avessi ancora la mentalità d’atleta, né il fisico. Poi con il tempo sono cambiata molto e ho imparato che nello sport c’è sempre un limite, che puoi però rosicchiare se non hai paura di fare fatica e se capisci che il risultato non può arrivare da un giorno all’altro, ma deriva dalla fatica e dall’impegno.
In più di un’occasione hai detto che all’inizio il problema non è stato solo fisico, è stato difficile anche imparare a stare nello sguardo degli altri: come hai lavorato su questo?
Inizialmente per me era molto fastidioso sentirmi gli occhi addosso. Quando vedi qualcosa di non conforme è normale notarlo, ma puoi comunque scegliere come comportarti da lì in poi, soprattutto se non conosci la storia dietro quella non conformità. Nei primi anni ho sviluppato una tendenza a nascondere la protesi, non volevo essere considerata diversa o meno abile. Un clic l’ho fatto quando mi sono trovata in Erasmus in Spagna nel 2011-2012, dove per la prima volta ho sentito la libertà di essere me stessa e di mostrare la gamba mettendo un vestito corto: gli occhi addosso li avevo comunque, ma io ero libera. Poi nel 2015 mi hanno dato una nuova protesi Ottobock che era tutta nera. Avrei potuto scegliere di prenderne una meno performante e più esteticamente piacevole, ma ho deciso di prendere quella nera perché era un livello di funzionalità mai raggiunto prima. Mi ricordo in un supermercato in Via Marconi la gente che si sporgeva dalle corsie per guardarmi, e io mi sentivo perfettamente a posto con me stessa.
Hai detto che il tuo rapporto con l’atletica è cominciato per curiosità nel 2010. Com'è andata la prima volta che hai corso su una pista?
La prima corsa che ho fatto è stata a Bergamo, mi ricordo che la sensazione era un po’ di incazzatura perché non riuscivo a correre come volevo: all’epoca non avevo una protesi, ma un ginocchio che era molto duro e il tutto era montato leggermente più alto rispetto alla mia gamba, quindi avevo subito male alla caviglia perché non ero bilanciata. Ho capito che avrei dovuto lavorare tanto per migliorare e questo mi ha stimolata.
Ho scelto di fare i 100 metri perché nella mia categoria non ci sono gare superiori a quelle distanze: senza una gamba e senza l’articolazione del ginocchio è impossibile per il fisico sostenere il trauma; poi c’è il salto in lungo che si accompagna bene alle gare di velocità ed è fattibile con le protesi.
Prime gare, già record italiano, poi l’oro paralimpico a Londra 2012 e nel 2015 il record del mondo. C’è stato un momento nel tuo percorso professionale nel quale hai capito di avercela fatta?
Uno potrebbe immaginare che dopo il primo oro nel 2012 io pensassi di avercela fatta: per me quello invece è stato un punto di partenza, perché ero considerata per la prima volta un’atleta, anche se io non mi ci sentivo. Ci sono voluti degli anni perché io mi abituassi a quella vita: la disciplina è stata fondamentale, avere preparatori atletici e fisioterapisti, l’andare in palestra, sono tutte cose che io ho iniziato a fare dal 2015, quando ho conosciuto il mio allenatore a Bologna. La cosa più importante è stato lo scoprirsi atleta col tempo, e il privilegio di poterlo fare senza dover sacrificare la spensieratezza della mia vita da giovane donna è stato impagabile. Poi nel 2019 quando è arrivata Ambra (Sabatini) le cose sono un po’ cambiate e ho iniziato a sentire la competizione, grazie alla quale ho peraltro poi ottenuto i miei risultati migliori e ho fatto un vero cambio di passo. Proprio negli ultimi anni della carriera ho capito come si fa l’atleta nel senso canonico del termine… meglio tardi che mai!
Il passaggio al Centro Protesi di Budrio è spesso descritto come una svolta nella vita quotidiana e sportiva degli atleti: a che punto siamo oggi sul tema dell’accessibilità delle cure e delle protesi in Italia?
Nel 2008 la prima protesi da corsa l’ho avuta a titolo gratuito perché non c’erano atlete in Italia con la mia disabilità. Poi durante tutti gli anni non ho mai pagato una protesi sportiva perché ho sempre tenuto un livello alto e lo stesso è valso per assistenza, pezzi di ricambio e nuove tecnologie. Poi ho avuto una sponsorizzazione della protesi da cammino dal 2014 che dura tuttora, altrimenti per un ginocchio di ultima generazione io dovrei pagare 100.000 euro, mentre per le protesi sportive andiamo tra i 10.000 e i 15.000 euro. Esistono dei fondi che vengono dati una tantum e che sono stati istituiti grazie a Giusy Versace, un’ex atleta paralimpica che da parlamentare ha previsto bandi per contributi relativi all’avviamento sportivo, ma non sono bandi annuali e soprattutto sono limitati. Quello che sto cercando di fare io è capire se è possibile regolamentare tariffari e servizi programmati tramite il sistema sanitario nazionale pubblico, affinché chi vuole fare sport abbia l’opportunità di farlo senza brancolare nel buio. Anche perché lo sport è entrato in costituzione, ma il diritto allo sport non c’è per tutti.
Hai lavorato molto sul linguaggio e sul modo di raccontare la disabilità: qual è l’errore più grande che ancora si fa oggi?
Dipende. Nelle scuole sono bravissimi, mi fanno domande interessanti, mi permettono di stare in dialogo con la realtà e spesso scardinano convinzioni precostituite. Recentemente però sono stata in un’università a Milano dove un docente ha esordito parlando di “voi” e “noi”: fare questa distinzione significa essere visti come degli alieni, cioè l’alimentare la convinzione che ci sia una differenza tra umani. L’errore più grosso è dunque il considerarci come degli eroi perché abbiamo superato delle difficoltà, trascurando il fatto che tutte le persone nel mondo hanno delle difficoltà, è una forma di ghettizzazione tremenda. L’altro errore è quello di esaltare l’atleta perché è paralimpico e non per la sua prestazione sportiva: l’unico modo per dare valore reale a ciascuno è raccontare tutti con la stessa passione ed entusiasmo, narrando correttamente la specificità, non dicendo che tutti sono bravi perché sono riusciti a superare la disabilità.
Sei stata coinvolta nel progetto di Milano Cortina 2026 come Legacy Specialist e Ambassador: come nasce questo ruolo, cosa hai visto da dentro e qual è l’eredità di questi giochi dalla tua prospettiva?
Sono arrivata solo nel 2025 e sapevo che mi sarebbe piaciuto lavorare nella comunicazione, quindi abbiamo individuato il ruolo di legacy specialist per ragionare su quello che sarebbe rimasto dei giochi e su come comunicare i giochi stessi. Di fatto sono diventata una comunicatrice, quindi ho dovuto interpretare e comunicare questa eredità, ho fatto l’ambassador parlando della mia esperienza personale, ma anche delle necessità degli atleti, dell’accessibilità e dell’impatto ambientale. È stato bello e molto nuovo per me, e ho capito che viverla dall’altra parte è altrettanto emozionante, perché hai l’opportunità di vedere un’enorme macchina che si muove al meglio delle sue possibilità. L’eredità su cui ho puntato di più è quella culturale: Paralimpiadi e Olimpiadi in Italia hanno smosso tante questioni che erano un po’ arenate; si è iniziato a parlare molto di più di disabilità e accessibilità allo sport e alle strutture sportive, ma si è anche dato avvio a progetti che diventeranno realtà entro un paio di anni e che resteranno per l’uso di tutti.
Tu hai studiato, fatto sport e vissuto a Bologna. Cosa ti ha dato questa città?
Bologna mi ha dato tantissimo. Mi ha dato le protesi, è vero, ma mi ha dato soprattutto la libertà di essere totalmente me stessa, di esprimermi per com’ero senza scontrarmi con il pregiudizio altrui. Mi ha dato un periodo della vita pieno di cultura, amicizie e spensieratezza, mi sono sposata a Bologna ed è la città del mio cuore ancora oggi perché è mi ha cambiata completamente; è stata come con lo sport: finisci la tua carriera, ma ti porti dietro tutto un vissuto, lo stesso vale con questa città: se passi da Bologna non sei più la stessa.
C’è qualcosa che vorresti dire a un* giovan* che vuole avviare una carriera sportiva ad alti livelli?
Di prendere la giovinezza che hanno e godersela, ma anche di non perdere di vista gli affetti e i valori importanti dello sport. A volte quando arrivi ad alti livelli non ti interessa di nulla, se non del risultato, ma è importantissimo non perdere di vista i rapporti che contano e godersi il percorso verso le medaglie. Perché la medaglia è solo un momento, quello che c’è prima e dopo è la tua vita.
