Cadelbosco di Sopra, una comunità educante

Il progetto dell'associazione Pro.di.Gio per rispondere alle esigenze dei giovani del territorio

“Hanno molta voglia di stare insieme. Anzi, sembra che non ci chiedano nient’altro se non di poter stare insieme, condividere del tempo insieme e recuperare quelle relazioni che sono state interrotte per un po’ di tempo.

Lauro Menozzi, direttore dell’associazione no profit di diritto privato Pro. Di. Gio, attiva nella provincia di Reggio Emilia, racconta il Progetto Giovani di Cadelbosco di sopra, un progetto di sviluppo di comunità gestito dall’associazione Pro. Di. Gio che è stato attivato in seguito all’emergenza sanitaria Covid - 19 nell’estate del 2020 è arrivato in un momento di estrema difficoltà per la socialità giovanile del territorio

“Noi siamo a contatto con ragazzi che ci raccontano che il loro migliore amico, la loro migliore amica è uno/una che hanno conosciuto su internet - prosegue il presidente - uno che non hanno mai visto in presenza e semmai abita a duecento chilometri di distanza e che sentono tutti i giorni, continuamente. Per noi, di una generazione precedente, il miglior amico è qualcuno con cui tu hai un ritorno quotidiano, che vivi quotidianamente, il tuo compagno di classe o uno che viene con te a giocare a calcio o a pallavolo, qualcuno che condivide con te un pezzo di vita; qualcuno che sta dietro uno schermo invece non può condividerlo.

L’amministrazione comunale di Cadelbosco ha fortemente voluto, con la collaborazione di Pro. Di. Gio l’avvio di attività ad hoc per gli adolescenti e pre-adolescenti del paese. Pro. Di. Gio ha quindi realizzato attività all’aperto e al chiuso per i giovani di Cadelbosco, proponendo laboratori, incontri, momenti di gioco e di sperimentazione nel nome della flessibilità, per adattarsi sia ai cambiamenti dettati dalle restrizioni sanitarie, sia alle mutevoli esigenze dei ragazzi. L’associazione, con un’esperienza di ventiquattro anni nelle politiche giovanili locali, ha all’attivo altri nove progetti simili nella provincia reggiana; l’impegno dell’associazione è improntata al monitoraggio, all’ascolto, delle necessità dei giovani per poi tradurli, forti delle loro competenze ed esperienze, in attività puntuali e rispondenti alle esigenze dei gruppi giovanili in collaborazione con i territorio dove operano.

“A Cadelbosco siamo partiti in un anno di pandemia - racconta ancora Lauro Menozzi - con grande coraggio da parte dell'amministrazione comunale perché penso che nessuno sarebbe partito in una condizione simile, in cui non si poteva fare niente, o molto poco. Con tutte le attenzioni del caso siamo partiti, immaginatevi che durante la pandemia non si poteva giocare o quasi, bisognava disinfettare qualsiasi cosa si toccava, non era ammesso l’assembramento. I ragazzi sono stati privati di esperienze fondamentali, che sono la relazione tra i pari, la sperimentazione dei primi amori e la gestione del tempo libero; che poi vuol dire dedicare una parte di vita per divertirsi e condividere esperienze significative staccandoti da mamma e papà, diventando autonomo. Invece tutto questo è stato messo in stand - by, così a noi è capitato di trovare ragazzi in giro nascosti, nelle zone meno frequentate, perché magari volevano allentare la costrizione della mascherina, del distanziamento sociale; avevano un’estrema voglia di stare fuori, di stare insieme, di condividere con altri e raccontarsi che poi è tipico dell’adolescenza. In più tutte le attività sportive erano chiuse, niente scuola in presenza, quindi qualsiasi intimità, qualsiasi gruppo non si poteva fare: di fatto un azzeramento di ogni attività al di fuori di quelle famigliari. A loro è mancato il terreno sotto i piedi, soprattutto perché sono passati da giornate estremamente organizzate - pensate alla scuola, allo sport, ecc - a un tempo libero quasi indiscriminato. I ragazzi hanno fatto fatica a gestire quella che chiamano noia. Con le nostre attività abbiamo cercato di andare incontro, nelle possibilità, a queste loro istanze“

Cadelbosco di Sopra, una comunità educante

A Cadelbosco, le attività si sono concentrate sulla gestione di un centro di aggregazione al chiuso che ha offerto diversi laboratori e attività e sull’educativa di strada; gli interventi di strada sono portati avanti da educatori che, per alcuni pomeriggi a settimana, si muovono in paese con strumentazioni e giochi e intercettano gruppi di ragazzi cercando di coinvolgerli in attività e giochi o instaurando in dialogo con loro, per informarli sulle attività del centro o semplicemente ascoltandoli.

“Una giornata di lavoro funziona così: noi arriviamo e apriamo lo spazio, oppure facciamo un giro per il paese, nella zona in cui siamo contestualizzati, dove abbiamo lo spazio; magari andiamo a salutare i nostri vicini del bocciodromo, creiamo una relazione con il vicinato e con le persone che quindi collaborano con noi alla realizzazione del progetto. Poi arrivano i ragazzi per giocare, fare due chiacchiere con l’operatore, raccontano loro le cose che succedono. Spesso portiamo competenze esterne per le nostre attività. I ragazzi possono entrare e uscire liberamente, in tranquillità, in ogni momento, anche perché a volte le esigenze sono diverse: chi deve essere a casa prima, chi arriva più tardi dopo aver svolto i compiti, quindi è un via vai. Questa è un’attività. L’altra è uscire in strada. Si tratta di visitare i luoghi che conosciamo e che sappiamo sono frequentati dai ragazzi, per interagire con loro, attraverso diversi strumenti come per esempio il gioco da tavola. Serve per agganciare i ragazzi, iniziare una relazione, per dire che noi ci siamo e che ci possono trovare in tal luogo nel tal giorno in quegli orari. Non sempre puoi abbracciare tutto il bacino di utenza con uno spazio fisso, perché alcuni non verrebbero mai nel tuo luogo deputato, per timore, per paura, per l’idea che tu possa essere poi ingabbiato in un contenitore, dover sottostare a delle regole. Quindi per noi c’è anche tutto il lavoro di aggancio di questi ragazzi e trovare il modo per fare loro esprimere il loro essere adolescenti in maniera adeguata.“

Nell’intervento di Pro. Di. Gio è importante il rapporto con il territorio, ovvero la rete informale che si crea nei piccoli centri dove interviene mettendo in relazione le associazioni, i commercianti, gli anziani del paese, l’amministrazione e anche le forze dell’ordine in una prospettiva di comunità educante per i suoi giovani.

“Pensate però che per entrare nel bocciodromo, vissuto soprattutto dagli anziani del paese, ci abbiamo messo un anno e mezzo: loro questi ragazzi non li volevano. Poi hanno capito che invece sono una risorsa, perché gli anziani diventano anziani, e non c’è più ricambio. Da lì hanno aperto loro le porte e diciamo che quasi i ragazzi possono fare quello che vogliono, dopo tanto tempo gli anziani hanno capito che questi ragazzi sono il futuro. “ osserva Menozzi raccontando della co-presenza dei ragazzi all’interno del bocciodromo del paese.

Le esigenze dei ragazzi, nei prossimi anni, sono da tenere monitorate. Un rapporto di Save the Children del 2021 sottolinea come quasi “4 studenti su 10 dichiarano di avere avuto ripercussioni negative sulla capacità di studiare (37%). Un “anno sprecato” per quasi un adolescente su due (46%), che, in ogni caso, nella costrizione di vivere in un mondo di incontri solo virtuali, ha fatto riscoprire a molti il valore della relazione “dal vivo” con i coetanei ma, allo stesso tempo, quasi un quarto degli adolescenti (23%), una percentuale non trascurabile, dichiara che in questo anno ha capito che uscire non è poi così importante e che si possono mantenere le relazioni anche online. Rispetto alla sfera della socialità, per quasi 6 studenti su 10 (59%) la propria capacità di socializzare ha subito ripercussioni negative, così come il proprio umore/stato d’animo (57%) e una quota di non molto inferiore (52%) sostiene che le proprie amicizie siano state messe alla prova. In un’età di cambiamento come quella dell’adolescenza, il tema delle relazioni personali è fondamentale e tra le “privazioni” che i ragazzi hanno sofferto di più, anche quella di non aver potuto vivere esperienze sentimentali importanti per la loro età (63%). “