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YoungE(a)Rth: giovani, imprenditoria e territorio

Un viaggio attraverso le idee più rivoluzionarie che caratterizzano il nostro territorio

Nel mondo della fluidità digitale e delle relazioni nate e coltivate attraverso l’etere, parlare di giovani aziende che lavorano a stretto contatto con - e per - il territorio potrà sembrare un’utopia.

Con YoungE(a)Rth, rubrica dedicata ai giovani e all’imprenditoria legata a spazi, socialità e alla cultura umana dell’Emilia Romagna abbiamo scoperto quanto ciò che sembrerebbe irrealizzabile talvolta sia già una solida realtà, in fase di crescita, e forse addirittura più vicina a noi di quanto immaginiamo.

I valori che ci hanno guidato nella nostra ricerca sono quindi rari e preziosi allo stesso tempo: innovazione, responsabilità sociale, rispetto dell’ambiente e cura del territorio emiliano-romagnolo, scommessa sulle potenzialità delle giovani generazioni.

Il risultato? Un viaggio attraverso le idee più rivoluzionarie che caratterizzano il nostro territorio, una scoperta sempre nuova di un humus umano e culturale pronto alle sfide, uno studio di tutto ciò che di bello e nuovo c’è, ci sarà, o ci potrebbe essere in questa nostra e sempre più complessa realtà.

ENECTA: il miracolo della canapa, la vocazione della responsabilità sociale

Per il primo appuntamento della rubrica abbiamo intervistato Christian Morabito, responsabile CSR e rapporti istituzionali per ENECTA, un’azienda nata nel 2013 che coltiva canapa nei territori emiliano-romagnoli – e non solo - per estrarre il cannabidiolo (CBD), sostanza non psicotropa sempre più diffusa in campo medico. Dall’impiego per la cura degli animali ai trattamenti anti-stress, passando per la cosmesi e l’efficacia come antidolorifico, il CBD ha enorme potenzialità e grandi proprietà terapeutiche. Si presenta a tutti gli effetti come uno dei prodotti del futuro, capaci non solo di creare un mercato nuovo, ma di rinvigorire il tessuto socio-economico e agricolo dei luoghi in cui viene coltivato ed estratto. 

Prima di tutto le presentazioni: da dove vieni e cosa fai per Enecta?

Io in realtà vengo da tutt’altro settore, ho lavorato per anni alle Nazioni Unite, e mi interesso principalmente del tema delle disuguaglianze, quindi uno si chiederà cosa ci faccio in un’azienda come Enecta, dove mi occupo invece di responsabilità sociale e rapporti internazionali.
I motivi sono due: uno ha a che fare con una mia amicizia personale con uno dei fondatori, il che è fondamentale, perché in Enecta è innanzitutto l’atmosfera di cooperazione e di complicità quasi famigliare a far fiorire i nostri progetti. In secondo luogo, in quanto espero del settore, mi è stato chiesto di sviluppare un modello di business che fosse attento al sociale e all’ambiente. Il modo in cui loro facevano business sin dai loro albori era già un contributo allo sviluppo socioeconomico di aree rurali, ma avevano bisogno di qualcuno con esperienza che sviluppasse questo modello nei termini e nei modi corretti.

Da dove nasce questo progetto? Leggendo la vostra storia abbiamo scoperto che il team si è spostato dall’Olanda all’Italia: come mai? 

Nasce tutto con una storia particolare: due cugini si trovavano ad Amsterdam e hanno iniziato come pionieri del settore proprio lì nel 2013. La cannabis coltivata è legale se si utilizzano alcuni tipi di semi autorizzati, perché di fatto si tratta di canapa, e loro sono stati tra i primi a sfruttarne le potenzialità; hanno fatto ricerca e all’inizio si occupavano solo della distribuzione. Nel frattempo il mercato si è sviluppato moltissimo e loro hanno pensato a come poter allargarsi per operare su tutta lafiliera. Sono tornati in Italia perché avevano capito che alcune aree potevano essere rivitalizzate da questo prodotto, sia dal punto di vista economico che ambientale. Il ritorno in Italia ha chiaramente anche cause affettive, quindi da Amsterdam sono arrivati a Bologna, dove avevano studiato, e hanno scelto questa città innanzitutto per l’humus culturale: nonostante l’UE abbia legalizzato la coltivazione di alcuni semi autorizzati, attorno a questo prodotto c’è molto stigma; una città come Bologna, invece, si presentava sin da subito luogo ideale per accogliere un’idea del genere. Hanno avuto un bellissimo feedback sin da subito, l’Università di Bologna ha collaborato e collabora ancora con noi, le istituzioni non sono state contrarie e quindi l’humus culturale ha facilitato il tutto.

Che tipo di lavoro è stato fatto sulla comunicazione di questo prodotto storicamente soggetto a stigma?

Nel tempo abbiamo lavorato tantissimo sulla sensibilizzazione. Nel 2013 erano solo due persone ad Amsterdam, eravamo in una fase pilota. All’inizio nessuno sapeva nulla del CBD, quindi siamo stati noi a dover conoscere e studiare per primi. Poi il problema è stato quello di far conoscere all’esterno un prodotto oggetto di stigma. Fino al 2020 il nostro lavoro è stato investire sulla comunicazione scientifica, tramite la quale dare info sul cannabidiolo e sui suoi usi per scopi terapeutici.

Adesso il CBD è molto conosciuto e noi vorremmo far sì che il nostro modello fosse seguito da altri. E’ un modello universale, quello che ha come priorità la responsabilità sociale, un po’ alla Olivetti. Anche perché vediamo il grosso rischio della finanziarizzazione del prodotto: chi produce all’estero guarda agli stock e alle azioni, queste aziende sono macchine da gioco in borsa che si interessano di tutto tranne che della qualità del prodotto. Il nostro modello è anti-capitale, non nel senso marxista del termine, ma nel senso che non si concentra sul capitale come scopo principale, perché altrimenti taglieremmo fuori i piccoli agricoltori e i giovani. Il nostro è un modello low-capital, favorisce anche chi ha mezzi molto limitati.

Quali sono i valori dietro alla vostra visione? Quali sono le fasi e i principi irrinunciabili nel vostro lavoro?

Di solito ci sono separazioni nette tra chi produce e chi la lavora e poi chi impacchetta e vende. Enecta fa tutto: anzi, fa anche il seme. Le genetiche (dei semi, ndr) Enecta verranno inserite nel catalogo delle genetiche europee di canapa, con alto contenuto di CBD, la sostanza non stupefacente ad uso medico.
Dal punto di vista dei principi, abbiamo uno sguardo attento verso lo sviluppo socio-economico, con un’attenzione particolare all’educazione e alla conoscenza del prodotto. I nostri pilastri sono tre:

  1. Salute: puntiamo ad avere un prodotto di alta qualità a prezzi sostenibili per tutti. Questo risultato lo ottieni grazie alle genetiche performanti, a una produzione che riduce i costi, ma mai a scapito del lavoro e dei lavoratori. Per ottenere CBD di qualità devi coltivare la canapa open air: spesso la cannabis si coltiva al chiuso, con manodopera sottopagata e con una forzatura della coltivazione. Noi lo facciamo all’aperto e impieghiamo molte più persone a farlo. Maggior qualità, maggior beneficio per tutti.
  2. Ambiente: sviluppo naturale della pianta, che fa sì che si rivitalizzino i terreni, perché essendo una pianta opulente e fa bene al terreno. Della canapa non si butta praticamente nulla, quindi è una coltivazione ad altissima sostenibilità.
  3. Sviluppo socio-economico: la nostra idea è sempre stata quella di sviluppare in aree dove c’è bisogno di crescita. Nelle aree rurali si fa la produzione, in quelle urbane si crea il centro logistico, si fanno ricerca e marketing. Ma ci siamo domandati: come far sì che questo abbia un impatto positivo soprattutto per ragazzi giovani, che magari conoscono il settore ma non sanno come avvicinarsi? Ragazzi che sono anche in condizioni di svantaggio, i cosiddetti neet. Sappiamo che i ragazzi conoscono questa pianta, e potrebbero essere formidabili attori di questo spettacolo. Allora con l’associazione Baumhaus di Bologna abbiamo organizzato la Reezo Academy, un corso di formazione professionale che parli di cannabis in tutte le sue declinazioni, dalla pianta agli aspetti legali, ma allo stesso tempo costruisca, per i suoi partecipanti, delle life skills. Da un lato si cerca di far entrare nel mercato del lavoro attori giovani, dandogli conoscenze, dall’altro si incanalano dentro un corso che li formi. Grazie alle skills acquisite magari potranno trovare lavoro anche in altri settori.

Come è andata?

A dicembre 2020 ci siamo trovati con 150 adesioni. Sono arrivate domande da tutta Italia; ci sarà un progetto di lavoro, probabilmente in due team separati: una parte dedicata alla coltivazione e una al marketing, per far fare un percorso collettivo, ma anche individuale. Per ovviare al problema dei numeri senza sacrificare nessuno stiamo pensando di fare una piattaforma online per tutti, di modo che possano seguire dei corsi e magari avere anche crediti formativi per scuola o università. L’idea è anche quella di fargli fare periodi in loco, in Abruzzo, a Bologna, sarà un progetto lungo e complesso. Anche l’ufficio regionale del lavoro dell’Emilia Romagna ha favorito questo tipo di iniziativa, un’apertura che ci ha fatto molto piacere e che non è scontata. Magari in qualsiasi altro luogo sarebbe stato un polverone, avrebbero potuto dire “insegnate ai ragazzi a drogarsi”.

Che tipo di feedback avete avuto dalle varie fasce d’età? I giovani sono più ricettivi? Gli adulti? I medici che tipo di approccio hanno al CBD?

Abbiamo fatto un sondaggio sul consumo di questi prodotti in Italia: la maggior parte delle persone intervistate che hanno dichiarato di voler usare il CBD hanno dai 55 anni in su. In medicina c’è lo stesso tipo di apertura: l’OMS ha dichiarato che il CBD non è psicotropo, e l’ha tolto dalla tabella degli stupefacenti, riconoscendone le capacità curative enormi. Il THC (la parte psicotropa della cannabis, ndr) per scopi medici viene addirittura prodotto dallo stabilimento militare di Firenze.
Le vere difficoltà sono i protocolli: non essendo stato ancora ufficialmente classificato, il CBD è di difficile reperimento, capita spesso che qualcosa, per colpa di vuoti legislativi, si inceppi nella filiera produttiva. Recentemente abbiamo fatto una collaborazione con il Gaslini di Genova sui bambini epilettici, e gli effetti del CBD sono stati incredibili, con pubblicazioni di grande clamore su riviste scientifiche. Ma i medici hanno fatto una fatica bestiale per farlo accettare al livello burocratico: è la mancanza di leggi che regolino la produzione a rappresentare un problema, non c’è un problema culturale a proposito dell’uso di questi prodotti. Il paradosso è che esistono leggi che ne permettono la coltivazione, ma il vuoto legislativo sulla classificazione resta il vero muro da abbattere.

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