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youngE(a)Rth con Vagin

Il gin al pepe rosa contro gli stereotipi di genere, made in Emilia-Romagna

Per il secondo appuntamento della nostra rubrica YoungE(a)Rth, abbiamo intervistato i creatori di Vagin, il nuovo gin al pepe rosa ideato e realizzato dai giovani bolognesi Francesca Fiumara e Tiziano Ballardini.

La loro idea? Quella di sovvertire gli stereotipi di genere presenti nel mondo dei cocktail e rendere democratica, inclusiva e scanzonata l’atmosfera dei bar e le relative professionalità che vi ruotano attorno.

Quando è nata la vostra azienda e come vi è venuta l’idea?

L’idea è nata un paio di anni fa, nel 2019, anno nel quale avevamo già fatto la richiesta per il deposito del marchio. Poi di per sé l’azienda è nata nell’ottobre 2020, le vicende burocratiche sono state molto lunghe, ma ci stavamo lavorando da parecchio, sia sulla ricetta che sulla parte di comunicazione.

Io sono stato un barman per 15 anni, ho una passione per il gin nello specifico, e quindi è sempre stato un po’ un mio sogno nel cassetto. Poi mi è venuta l’idea del nome un po’ casualmente; è un nome che unisce molte realtà non sempre presenti nel mondo del bar: lo scopo era unire qualche nota di trash, scherzo e ironia, che sdrammatizzassero tutto quel peso delle tradizioni passate sotto le quali si svolge la professione del barman. Negli ultimi anni il mondo dei bar è diventato molto serio e sofisticato, si tende verso la conservazione della propria conoscenza delle ricette e dei trucchi, che restano riservati a pochi eletti. Volevamo portare un po’ di gioco in un ambiente che tende troppo allo snobismo e alla raffinatezza. Nei bar ci si deve divertire, quindi Vagin porta un po’ di svago, con una ricetta di qualità e ricercata, ma senza prendersi troppo sul serio.

Cosa ti piace di questo lavoro in particolare, al di là del mondo dei cocktail?

Per quanto riguarda l’aspetto produttivo l’esperienza della creazione di un’azienda è molto bella perché hai la soddisfazione di un prodotto tuo, hai la possibilità di vedere il tuo marchio nei bar e di osservare la gente che lo beve e ne è contento. Il distillato, la bottiglia, la comunicazione che gira intorno al brand: vedo che il nostro prodotto suscita reazioni forti nei consumatori, non necessariamente positive, ma in generale c’è un feedback interessante, riesce a smuovere qualcosa e insieme a portare un po’ di divertimento e freschezza.

Come azienda appena nata che tipo di difficoltà avete avuto? Sia dal punto di vista burocratico che da quello dell’immagine. Al di là del nome, dopotutto è anche un superalcolico.

Dal punto di vista burocratico se non ci fosse stata la commercialista non ce l’avremmo mai fatta, per mettere su un’azienda c’è bisogno di una professionista esperta che ti tiri fuori dai guai. Dal punto di vista del nome e della comunicazione abbiamo avuto un paio di intoppi: abbiamo fatto la richiesta per la registrazione del marchio nel 2019, il via libera ci è arrivato nel novembre 2020. All’inizio ci avevano rifiutato: “il nome offende il buoncostume, poiché richiama l’organo sessuale femminile”, ci avevano detto. Abbiamo dovuto consultare un avvocato e far ricorso, spiegando che il prodotto è per maggiorenni e non rischia di traviare le menti di nessuno, e che il nome è semplicemente un organo del corpo, è un termine anatomico e non volgare. Per supportare la nostra causa abbiamo riportato tutta una serie di prodotti alcolici che hanno dei nomi simili al nostro, e che hanno ottenuto il marchio: il nostro scopo è anche quello normalizzare l’uso del nome della parte anatomica, per far sì che sia percepita come del tutto normale. Perché lo è.
Alla fine ce l’abbiamo fatta, il ricorso è stato accettato e siamo partiti.

Le vostre esperienze pregresse, in senso lavorativo e formativo, hanno avuto un’influenza sul vostro progetto?

Tiziano: l’influenza del mio lavoro di barman è stata fondamentale, ho imparato a conoscere l’ambiente e ad approfondire le ricette dei cocktail. Poi io ho fatto studi umanistici, che apparentemente sembrerebbero non c’entrare nulla. Io invece credo che ci sia una parte creativa, ben integrata nella mia formazione, che ha avuto un ruolo fondamentale nell’ideazione del tutto.

Francesca: Io mi sono laureata a marzo 2020 durante il lockdown, in semiotica. Da lì ho cominciato a pensare di applicare ciò che avevo studiato al prodotto: al livello di immagine la semiotica si mette alla fine del progetto, per analizzare un prodotto visivo. Io invece l’ho applicato all’inizio, a monte del progetto, per dargli un’idea innovativa e fresca, oltre che coerente al livello di comunicazione. Abbiamo costruito così l’immagine del brand, e pare stia funzionando anche piuttosto bene.

Che tipo di valori vi piacerebbe far passare attraverso Vagin?

I valori che vogliamo trasmettere sono l’avanguardia e l’inclusività: proporre qualcosa di nuovo, che sia spiazzante e ironico allo stesso tempo. Volevamo anche smorzare l’immagine del barista serio e composto, ci piaceva deostruirla e vedere qualcosa di più giocoso, ma anche far entrare la femminilità all’interno di questo ambiente, renderlo democratico e svuotarlo dagli stereotipi di genere.

Pensate che questo sia un settore nel quale i/le giovani hanno spazio e possibilità di inserirsi?

Il mondo del gin vanta da sempre antiche radici, quindi le ricette vengono tramandate e si tengono segrete. Noi volevamo cambiare un po’ questo modo di vedere i bar, legato a un sistema antico, al proibizionismo e agli anni venti, volevamo svecchiare questo tipo di visione.
Per fare ciò ci vuole dedizione, passione ma anche una grandissima pazienza: i problemi in questo settore sono moltissimi, bisogna essere ben determinati e sapere che in qualche modo una soluzione bisogna trovarla. Bisogna fidarsi molto delle persone, quindi si devono trovare dei collaboratori che capiscano e condividano la tua visione, che abbraccino il tuo progetto e la tua estetica. Solo così puoi arrivare a dei risultati, l’istinto e l’osservazione sono stati fondamentali.

Quali sono i contatti con il territorio bolognese del Vagin?

Il Vagin viene prodotto a Bomporto, in provincia di Modena, dove c’è una densità di prodotti alcolici altissima. Il gin è quindi emiliano, l’etichetta è stata co-prodotta da ragazzi bolognesi, quindi lo spirito goliardico e scanzonato che vedete sull’etichetta nasce dall’atmosfera che si respira nella città di Bologna.
Quello che speriamo è che diventi un po’ un prodotto bolognese: economicamente vorremmo che smuovesse il settore dei bar, molto in difficoltà al momento. Dal punto di vista sociale ci piacerebbe normalizzare anche questa parola: per me Vagin non è più soltanto il punto anatomico femminile, ma è la nostra bottiglia, il nostro prodotto, è un nome e di per sé non c’è nulla di strano nel pronunciarlo. Io Vagin ormai lo dico davanti a mia madre, mio padre, mio nonno. È una cosa universale.

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