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Le Storie. Federica Landi

Giovane fotografa sperimentale riminese. I suoi scatti hanno fatto il giro del mondo

Federica Landi, classe 1986, è una giovane fotografa riminese i cui scatti dal taglio sperimentale hanno già fatto il giro del mondo, esposti in Europa e negli Stati Uniti. Ha alle spalle importanti esperienze lavorative a Londra e oggi si divide tra Roma, dove insegna fotografia all’Accademia delle Belle Arti, e la sua Rimini dove, sull’argine sinistro del Fiume Marecchia, insieme ad altri giovani ha fondato RIU, uno spazio indipendente dedicato alla sperimentazione fotografica e alla contaminazione con altre discipline artistiche.

Noi della redazione di Giovazoom l’abbiamo conosciuta grazie all’associazione GAER, Giovani Artisti dell’Emilia Romagna in occasione di “Mediterranea 18 Young Artists Biennale”, l’importante manifestazione internazionale svoltasi a Tirana in primavera a cui hanno preso parte sette giovani artisti emiliano-romagnoli. Tra loro anche Federica Landi.

Come sei stata selezionata per “Mediterranea 18”?
Nel 2016 ho vinto il concorso fotografico “Giovane Fotografia Italiana” promosso dal Comune di Reggio Emilia in collaborazione con il GAI e parte del Festival Fotografia Europea. Come premio ho potuto partecipare al prestigioso progetto “Mediterranea Youth Photo” in cui, con altri due giovani artisti, uno della Francia e una del Portogallo, ho portato avanti una ricerca durata 6-7 mesi su ciò che rappresenta oggi il Mar Mediterraneo: luogo d’incontro tra culture, ma anche scenario di pesanti conflitti.

Cosa hai esposto in mostra a “Mediterranea 18”?
A “Mediterranea 18” io e gli altri due giovani fotografi europei partecipanti al progetto “Mediterranea Youth Photo” abbiamo presentato il risultato della nostra ricerca: i tre lavori costituivano un’istallazione dal titolo Essay on Blindness che rappresenta una riflessione sulla costruzione dell'immagine del migrante nella società contemporanea.

Un tema attualissimo questo della costruzione sociale dei migranti. Come siete riusciti a renderlo attraverso la fotografia?
Io e gli altri tre artisti abbiamo lavorato con migranti dando vita a tre progetti diversi e autonomi gli uni dagli altri. Io mi sono ispirata al caso di Goro, paesino nel ferrarese dove nel 2016 i residenti alzarono barricate per impedire l’arrivo di 12 donne richiedenti asilo. Ho scattato dei primi piani a queste donne. Ma le foto dei loro volti nell’istallazione non si vedono in quanto più lo spettatore si avvicina più una luce accecante lo colpisce, luce che simboleggia i riflettori dei media. Così lo spettatore non incontra mai gli occhi di queste donne, ne vede solo i volti riflessi in modo distorto su un pannello.
Tu non lavori quindi tanto sulla purezza della fotografia in sé, quanto sulla foto che diventa immagine ibridandosi con altri linguaggi.
Esatto. Alle istallazioni artistiche giungo dopo un percorso di ricerca che mi occupa per mesi. A me interessa indagare come la tecnologia cambi lo sguardo dell’uomo e lo faccio utilizzando immagini che nascono dall’incontro della fotografia con altri linguaggi e materiali. Per esempio nell’altro progetto artistico dal titolo “Spectrum”, che ho recentemente presentato al festival parigino Circulation(S), ho utilizzato pezzi di plexigrass colorato davanti all’obiettivo per ricreare quei filtri tecnologici con i quali filtriamo e personalizziamo costantemente la nostra esperienza del reale.

Facciamo ora un passo indietro. Come è nata in te la passione per questo tipo di sperimentazione fotografica?
Mentre frequentavo l’Accademia delle Belle Arti di Firenze ho seguito dei corsi di fotografia all'Accademia americana Santa Reparata più improntati alla sperimentazione rispetto a quelli italiani e mi sono laureata con una tesi proprio in fotografia. All’età di 23 anni mi sono poi trasferita a Londra per seguire un master in fotografia d’arte al London College of Communication al termine del quale ho trovato lavoro all’agenzia Millennium Image come curatrice e talent scout di giovani fotografi.

Come mai hai deciso poi di tornare in Italia? Sei riuscita anche qui a fare della tua passione il tuo lavoro?
Dopo 6 anni trascorsi in Gran Bretagna sentivo la necessità di portare ciò che avevo appreso nell’esperienza londinese “back to my community”. Non è stato facile, ma con grande entusiasmo ho proposto a varie realtà le mie competenze. Ora insegno fotografia all’Accademia delle Belle Arti di Roma, lavorando proprio coi giovani.

Ma anche a Rimini, nella tua città natale, ti stai impegnando a divulgare un nuovo approccio alla fotografia?
Sì con altri giovani abbiamo dato vita a marzo 2016 a RIU- Reframe Images Unconventionally, uno spazio indipendente dedicato alla sperimentazione fotografica e alla contaminazione con altre discipline artistiche. Durante questi primi mesi d’attività abbiamo promosso dibattiti, attività didattiche, eventi e mostre.

Quale la vostra priorità per il futuro?
Ci piacerebbe coinvolgere sempre di più i giovani del territorio, ma intercettarli non è facile. Speriamo, anche grazie a voi di Giovazoom, di riuscire a fare rete con i centri d’aggregazione giovanile del territorio proponendo workshop, laboratori, perché sentiamo forte il desiderio di condividere le nostre conoscenze con ragazzi e ragazze avvicendandoli alla fotografia.

E a quei giovani già appassionati di fotografia cosa consiglieresti? Quale la strada per diventare una professionista come te?
Se ciò che interessa è comprendere e fare pratica della fotografia come linguaggio contemporaneo allora bisogna prima di tutto avvicinarsi a quelle scuole dove essa non è più solo una disciplina novecentesca ma è un linguaggio che è mutato e continua a mutare costantemente sotto i nostri occhi. Un altro punto che reputo importante è anche fare un’esperienze all’estero dove la sperimentazione fotografica è spesso più all’avanguardia. Inoltre, praticare molto e non abbattersi davanti alle difficoltà. E’ fondamentale poi mettersi in gioco, saper cogliere le varie opportunità e sapersi anche adattare...Tornando da Londra ho notato tra i miei coetanei e colleghi un certo atteggiamento di attesa…Non lo condivido: bisogna proporsi, non avendo paura che ti sbattano la porta in faccia.

Ci congediamo da Federica facendole un grosso in bocca al lupo per le sue prossime esposizioni internazionali e per le attività promosse a Rimini allo spazio RIU che ci auguriamo possano avvicinare sempre più giovani al linguaggio fotografico coinvolgendo anche i centri d’aggregazione giovanili presenti sul territorio.

Per saperne di più

Il sito del GaER 
Il sito di Federica Landi 
Il sito di RIU- Reframe Images Unconventionally 
La pagina Fb di RIU

 

 

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